MES: cosa significa e come funziona

logo del mes

In questo particolare periodo di crisi sanitaria dovuto alla diffusione del virus denominato Covid-19, tutti i telegiornali e i maggiori organi di stampa nazionali ripetono in continuazione il termine Mes, tanto da accendere una morbosa curiosità tra i cittadini. Ovviamente, la stragrande maggioranza della popolazione italiana non conosce il significato di Mes, di cosa si tratti e di come esso funzioni.

Per questo motivo, oggi proveremo a spiegare, in parole povere, cioè utilizzando pochissimi termini tecnici, cosa significa Mes e soprattutto come esso funziona.

Per capire il significato di Mes bisogna partire dall’etimologia stessa del termine, Mes è una sigla che sta per Meccanismo europeo di stabilità. Il Mes è un’istituzione europea entrata in vigore nel luglio 2012 dopo le modifiche apportate al Trattato di Lisbona.

Nel nostro Paese viene comunemente chiamato fondo salva-Stati, perché ha l’obiettivo di sostenere i Paesi che affrontano una crisi e rischiano il default.

Come facilmente intuibile il Mes in piena emergenza da Coronavirus è tornato alla ribalta perché esso è visto come uno strumento in grado di aiutare i Paesi più colpiti dalla pandemia.

Capiamo allora come funziona questo strumento e quali sono le principali critiche mosse a suo discapito.

Come funziona il Mes?

Dopo aver visto il significato del termine adesso ci concentriamo sul funzionamento del Mes e su come sia possibile attivarlo.

Il Mes, Meccanismo europeo di stabilità, si finanzia emettendo bond e ha un capitale garantito dagli Stati che consente di avere una capacità massima di circa 500 miliardi di euro e una serie di strumenti. I principali strumenti forniti sono:

  • Prestiti, a fronte di un programma di riforme concordato;
  • Acquisti di titoli di Stato sul mercato primario e secondario;
  • Linee di credito precauzionali.

Per capire però veramente come funziona il Mes, bisogna comprendere il suo meccanismo d’azione. Esso prevede la suddivisione della sua attivazione in 3 fasi specifiche, ovvero:

  1. Lo Stato in difficoltà avanza al Presidente del Consiglio dei governatori del fondo salva-Stati richiesta di assistenza.
  2. Il MES chiede alla Commissione UE di valutare lo stato di salute del Paese che ha chiesto aiuto e di definire il suo fabbisogno finanziario. In questa fase l’esecutivo comunitario e la BCE (e se necessario il FMI) analizzano se la crisi di quello Stato può contagiare il resto dell’Eurozona.
  3. Dopo la valutazione, l’organo plenario del MES decide di agire e aiutare il Paese in difficoltà (il tutto più o meno nell’arco di 7 giorni dalla data di presentazione della richiesta formale di assistenza) con prestiti.

Come mai il Mes è tanto criticato?

Il Mes è stato molto criticato sia nel nostro Paese che tra negli altri Stati europei per diversi motivi. Ad esempio, diversamente da altri fondi di stabilità, non è prevista la possibilità di un mero accantonamento contabile, ovvero il conferimento in proprietà o ipoteca di beni demaniali, e quindi di una sua definizione preventiva in assenza dell’applicazione degli aggiustamenti di bilancio, con i quali gli stati potrebbero in futuro reperire in tempi rapidi la quota di loro competenza, laddove richiesto dal fondo MES.

Inoltre, molto criticato è il potere della BCE, Banca Centrale Europea, che impone limitazioni al settore bancario e ai governi nazionali.

Ciò che non piace del Mes è che la somma a garanzia fornita agli Stati in difficoltà viene suddivisa e composta dalle partecipazioni di ciascun stato membro non in difficoltà. In parole povere, parte dei soldi concessi alla Grecia sono corrisposti a capitali messi a disposizione in parte dalla Germania, in parte dall’Italia, dalla Francia e così via. Ma, dato che ogni Paese riesce a garantire uno status di affidabilità, alla quota versata da ciascuno viene riconosciuto un “diverso interesse”. Proprio su questo punto può accendersi un campanello d’allarme. Infatti se uno degli Stati più «affidabili» dovesse trovarsi in difficoltà e aver bisogno del Meccanismo, la quantità dei fondi che non può più garantire si riverserebbe necessariamente sugli Stati più piccoli.